International Sculpture Center

   



September 2005 Vol. 24 No.7
A publication of the International Sculpture Center


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Untitled, 2004. Mixed media, life-size. Courtesy Marian Goodman Gallery, NY


Un Intervista con Maurizio Cattelan
di Andrea Bellini


Andrea Bellini: Maurizio, intervistarti non è la cosa più facile al mondo.. 

Maurizio Cattelan: E allora non farlo. Potremmo andare a prendere un caffé.

 

AB: Si, magari più tardi. Dico che non è facile intervistarti perché tu in più occasioni hai dichiarato di non avere idee, e nemmeno teorie. Quindi mi chiedo perché mai qualcuno dovrebbe intervistarti. 

MC: In effetti io sto facendo di tutto per scoraggiare le interviste. Non è che abbia qualcosa in contrario, ma non penso di avere niente di interessante da dire. E poi sono più curioso delle opinioni altrui. Alla fine, senza gli altri, senza le idee degli altri, senza i racconti, non esisti, e non esiste neanche il tuo lavoro. Quindi bisogna ascoltare agli altri, non se stessi. 

AB: Parliamo del tuo lavoro, delle tue sculture. 

MC: In verità parlare di sculture mi suona strano. Non è una questione di mezzi ma di immagini. Io non uso mai le mie mani per creare le opere, ma tengo soltanto l’orecchio incollato al telefono. Ascolto il brusio delle immagini, più che altro, che è sempre più forte dell’eco nella cornetta. Non sono le sculture ma le immagini che mi interessano. Figurati: mai preso uno scalpello in mano, mai avuto uno studio.

detail of Untitled as installed at the Faculty of Sociology, University of Trent. Courtesy Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento

AB: E cosa sono le immagini allora?

MC: Sono una variazione statistica del reale. Mi interessa la realtà, quello che vediamo tutti i giorni: un pensiero, qualcosa che hai visto in televisione o hai letto su un giornale, che ti rimane impresso mentre girovaghi per Internet. Le immagini hanno la forza di riassumere il presente e magari di trasformarlo in una anticipazione del futuro. Forse le mie opere sono solo una lente di ingrandimento che ti fa vedere i dettagli più nascosti della realtà.

AB: Però è un dato di fatto che le tue immagini sono sempre tridimensionali, occupano uno spazio. Perché?

MC: Ogni volta che inizio un nuovo lavoro parto da uno spazio, da un luogo preciso dove andrà a finire. Non posso lavorare nel vuoto, va a finire che mi perdo. È un po’ di tempo che lavoro così e mi incuriosisce come per ogni spazio ci sia un’unica soluzione praticabile, un’unica risposta che funzioni.

AB: Che intendi per “un’unica risposta”?

MC: Sono sempre a caccia di nuove sfide, nuove possibilità, e nuovi luoghi. A me non mi interessa solo il pubblico dell’arte ma anche chi si trova a passare per caso da qualche parte. L’arte non può essere uno spazio chiuso in se stesso, deve essere piuttosto un campo magnetico che attira le energie degli artisti nello spazio e magari nelle città e che le fa circolare. È quel magnetismo che cerco, è come una reazione chimica. Non è che gli atomi si leghino casualmente uno con l’altro, per questo c’è una sola risposta, un’unica reazione. Un po’ di chimica l’ho anche studiata e mi sembra che sia una questione di più e di meno, o qualcosa del genere. E poi ci vuole fortuna, anche. Molta fortuna.

Frank and Jamie, 2002. Wax and clothes, two elements: 71.75 x 24.75 x 18 in., 71.5 x 25 x 20.75 in. Image: Attilio Maranzano, courtesy Marian Goodman Gallery, NY

AB: Già, la storia dell’elettrotecnico e dei mille lavori che hai fatto prima di cominciare a fare l’artista.

MC: Si, ho fatto molti lavori prima di finire a fare l’artista. Cercavo un modo per aver un po’ di libertà, sfuggire dall’autorità del tempo. Non penso di essere riuscito a fare qualcosa di diverso da quello che fanno tutti gli altri. Mi sono solo inventato un sistema che potesse lasciarmi un poco di liberta per dire cio’ che penso o cio’ che pensano gli altri. È questo che mi interessa davvero dell’arte: la possibilità di inventare immagini che scatenino reazioni, che diventino uno specchio del nostro presente. E poi non c’è molta differenza tra un antenna televisiva e un artista: sono entrambi meccanismi di diffusione, amplificatori di segnali. Io certo più che artista mi sento antennista.

AB: Parli di reazioni del pubblico. Quindi lo scandalo che provocano i tuoi lavori non è casuale, non è solo un accidente. 

MC: Un’accidente prima o poi verrà a me, con tutte queste domande. Non ho mai deciso a tavolino di fare scandalo o di provocare, come ti dicevo prima, le immagini alle volte riescono a anticipare il futuro e forse è questo che scandalizza il pubblico, non riconoscersi ancora in quello che vedono. A me delle provocazioni non mi interessa poi granché. Delle reazioni della gente e del pubblico sì, però: un’opera d’arte non è completa senza i commenti, le parole, le idee di chi ci capita davanti. In realtà sono loro che fanno le opere. Io non faccio nulla: senza punti di vista e interpretazioni diverse l’arte non esiste. Forse non esistiamo neanche io e te.

AB: E il Papa? Il Papa colpito dal meteorite non era una provocazione specificamente anticattolica? 

MC: Non credo che fosse una provocazione. Anticattolica poi. Proprio da me che sono cresciuto tra santini e chierichetti cantando nel coro della chiesa. Il Papa è più che altro un modo per ricordarsi che il potere, qualunque potere, ha la data di scadenza, come il latte. Il Papa all’inizio doveva essere qualcos’altro.

Now, 2004. Polyester resin, wax, human hair, and clothes, 85 x 225 x 78 cm. Courtesy Marian Goodman Gallery, NY

AB: Come doveva essere?

MC: Il Papa all’inizio doveva essere in piedi, con il crocefisso in mano. Quando gli sono arrivato davanti era fatto e finito e mi è sembrato che gli mancasse qualcosa, che il lavoro non fosse completo. Quello che serviva era qualcosa di molto semplice, in verità, come per tutte le cose. Mancava il dramma e forse anche la capacità di trasmettere la sensazione di essere di fronte a qualcosa di straordinario e di potente, non c’era il senso di fallimento e di sconfitta. La religione non c’entra poi granché con quel lavoro: a me interessano le persone nei loro ruoli, non tanto i personaggi storici.

AB: Un’opera laica, insomma. E Hitler inginocchiato in preghiera? Che cos’è quella, una trovata da pubblicitario? 

MC: Mi piace la pubblicità. Belle immagini. Tante ragazze. Ma l’Hitler non credo che fosse una trovata pubblicitaria. Non vendeva nulla. Anzi: è un’immagine un po’ ruvida della caduta delle maschere e dei ruoli. Avevo pensato all’inizio che dovesse essere nudo, come il re della favola. Ma poi come sempre è più interessante mischiare le carte e cercare di pescare quella giusta.

AB: Pescare quella giusta. Il caso ha un ruolo o no nel tuo lavoro?

Charlie, 2003. Tricycle, steel, varnish, rubber, resin, silicone, natural hair, and fabric, 82 x 92 x 56 cm. Courtesy Marian Goodman Gallery, NY

MC: La casualità c’entra sempre moltissimo. Prendi per esempio il lavoro di Milano in Piazza XXIV Maggio. Ero stato invitato a pensare un lavoro per Milano dalla Fondazione Trussardi e ho scelto di lavorare in quella piazza e su quell’albero, che somiglia a quelli delle fiabe, imponente come un grattacielo al centro di un circolo rumoroso e irrefrenabile di macchine. Se devo essere sincero ho scelto quella piazza per il chiosco del pesce fritto all’angolo. Il lavoro nella mia testa era come una piccola leggenda urbana con un finale tragico, forse un modo per riflettere il presente, con le sue tensioni e i suoi incubi. Guardare in faccia la paura magari è un modo per allontanarla. Comunque: poche ore dopo la scultura non esisteva più nella piazza ma soltanto sulle pagine dei giornali o in televisione. Ecco cosa c’entra il caso.

AB: Senti, non vorrei essere brutale ma anche in quel caso qualcuno diceva che sei un truffatore bello e buono. Hai organizzato finte Biennali ai Caraibi, hai attaccato con del nastro adesivo un gallerista alla parete della sua galleria, hai copiato nel minimo dettaglio la mostra di un altro artista, hai venduto il tuo spazio nella Biennale di Venezia ad una agenzia pubblicitaria che lanciava una nuova collezione di profumi, hai denunciato alla polizia il furto di una tua opera invisibile, hai fatto la Z di Zorro su un quadro imitando i tagli di Fontana, hai fatto sbucare un albero di 300 anni al centro di una Audi nuova fiammante. Chi è Maurizio Cattelan? Un giullare di corte, un bugiardo, un imbroglione? 

Felix, 2001. Oil on polyvinyl resin and fiberglass, 236.25 x 275.5 in. Courtesy Marian Goodman Gallery, NY

MC: Un giullare? Cerco di dire cose serie da una vita ma nessuno mi crede mai. Un imbroglione? Mai rubato a nessuno, mai commesso spergiuro, mai atti impuri. Un bugiardo? Non credo mai in un'unica verità, ma solo a una combinazione infinita di possibilità. Sono una matassa di controsensi, come tutti.

AB: Il tuo lavoro, se lo analizziamo nell’arco degli ultimi quindici anni, ha qualcosa a che fare con la velocità, quasi con l’idea di fuga. Riesci a cambiare velocemente discorso e a mantenere una tensione costante nelle tue invenzioni. Di che cosa si tratta? 

MC: In ogni edificio mi interessa scoprire le scale di servizio e le porte secondarie, le uscite sul retro e i passaggi segreti. Alla volte affrontare la realtà faccia a faccia è solo un modo per sentirsi più forti, e come sempre è solo un’altra maschera che indossi per non farti vedere.

AB: Cambiamo discorso. Parliamo di te. I tuoi amici, anche quelli che ti frequentano da anni, sostengono che c’è una zona di te impenetrabile e inafferrabile, c’è una zona di Cattelan chiusa a tutti. È vero?

MC: Ci sono degli spazi, più che delle zone, che mi piacere tenere nascosti, lasciarli all’immaginazione. Casa mia per esempio. Anche se poi in realtà non c’è nulla da immaginare e nulla da vedere. Sono quattro pareti e la moquette, niente mobili e nessun quadro alle pareti. È come con la marmellata, in fondo: quando sei piccolo e sai che il barattolo è nel mobile alto della cucina, non lo puoi vedere e non sai di che frutta sia, te la ricordi sempre più buona di come sia in realtà. A te piace la marmellata?

AB: Si, quella all’albicocca. Ma sono io che intervisto te. Sei tu il personaggio pubblico, no?

Untitled, 2004. Mixed media, life-size. Image: Attilio Maranzano, courtesy Marian Goodman Gallery, NY

MC: Non sono un personaggio pubblico, ne una persona famosa. Il fatto che ti conoscano gli artisti, i curatori, la gente del mondo dell’arte non fa di te una persona famosa. Il mondo la fuori è molto più grande di come lo immagini. Io poi ho sempre solo lavorato, mai salito sul Colosseo per far venire le televisioni con l’elicottero. 

AB: Che cos’è per Maurizio Cattelan l’arte contemporanea, a parte i viaggi, il successo, il denaro? 

MC: Il denaro più che accumularlo lo spendo. Per me i soldi sono un meccanismo di trasmissione, qualcosa da far circolare piuttosto che mettere dentro il materasso. Poi il mio è ad acqua, si ammuffirebbero subito. I viaggi fanno parte del lavoro, sono un modo per cercare e accumulare immagini e idee che vengono da altre persone. Cosa sia l’arte non lo so: sono un elettrotecnico delle serali che alla fine, copiando dall’ultimo banco il pezzo di carta è riuscito anche a prenderlo.

AB: Leggerezza, velocità, ironia dissacrante. Queste parole ricorrono nel tuo vocabolario. È questa l’eredità di Maurizio Cattelan? 

Mini-me, 1999. Resin, fabric, and mixed media, 12 in. high. Image: Attilio Maranzano, courtesy Marian Goodman Gallery, NY

MC: Quelle parole ricorrono nel vocabolario di chi ha voluto scrivere su di me, non tanto nel mio. E se penso all’eredità l’unica cosa che mi viene in mente è il quiz televisivo. Mi pare che si vincano un sacco di soldi, e ovviamente non mi hanno mai invitato.

AB: A proposito del tuo itinerario. Fare l’artista senza formazione artistica non ti bastava? Perché hai deciso di fondare due riviste Charley e Permanent Food, di fare il collezionista, di intervistare per Flash Art vari artisti, e di fare in fine il curatore. Sei uno dei curatori della Biennale di Berlino no? 

MC: A me interessa la possibilità di cambiare maschera e ruolo, per vedere cosa succede. Insieme a Massimiliano Gioni e ad Ali Subotnick stiamo preparando la prossima edizione della Biennale di Berlino che inaugura a Marzo 2006, per cui abbiamo ancora tempo per trovare la direzione giusta. Anche se poi non è tanto una questione di dove si vada ma piuttosto di quale percorso si faccia. È che faccio le cose a istinto, non penso mai a dove possano portarti, anche se poi a volte mi servono due anni per prendere una decisione semplicissima. Come fare la Wrong Gallery, oppure Permanent o Charley. Abbiamo iniziato per fare un esperimento, per aprire uno spazio, quasi per gioco. E alla fine è diventata una cosa seria. E tantissimo lavoro.

 

 



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